Il velo, specchio del patriarcato

Parla Chahla Chafiq, scrittrice iraniana che vive in Francia.

 

ANNA MARIA MERLO / PARIGI

Chahla Chafiq è una scrittrice iraniana, che vive in Francia, dove si occupa di immigrati e dove ha pubblicato vari libri sul difficile rapporto dell’islam con la modernità (Femmes sous le voile face à la loi islamique, Felin, 1995; Le nouvel homme islamiste, Felin, 2002). Ha firmato la petizione del «manifesto per la libertà di coscienza contro le dichiarazioni e gli atti di misoginia, di omofobia e di antisemistimo» di donne e uomini di cultura musulmana, credenti, agnostici, atei, lanciato nell’inverno scorso e che sta raccogliendo centinaia di firme in Francia, ma anche nel Maghreb e in altri paesi.

Il velo è fonte di polemica. Viene definito a volte come questione culturale. Ma non è invece questione politica?

Quando il velo viene preconizzato per le donne è sempre una questione politica, sia nei paesi di origine che qui in Francia. Il fondo del problema filosofico del velo si esprime in un fatto molto semplice ed evidente: gli uomini non si velano. Nel mondo cosiddetto musulmano la questione della libertà della donna è una questione sociale e politica importante. Si tratta di un rapporto di forze: non tutti nel cosiddetto mondo musulmano sono a favore del velo, anzi molti sono contrari e molte non si velano, altri sono non credenti. Ma in occidente il mondo islamico viene sempre immaginato molto omogeneo e l’islam viene considerato un fattore identitario.

Cosa significa il velo politicamente?

C’è un legame diretto del velo con il sistema patriarcale, con la supremazia degli uomini sulle donne e dell’inferiorità della donna giustificata per legge. La legge a cui fanno riferimento queste normative risale al VII secolo. Ma oggi siamo nel XXI secolo, anche le società dette musulmane sono evolute sociologicamente. Le donne hanno avuto accesso all’educazione, alla scuola, al lavoro remunerato - prima lavoravano, eccome, ma non contava - e ora la strategia è di conservare il controllo sulla loro sessualità. Gli islamisti dicono: facciano pure di tutto, ma velate. E’ il simbolo di una strategia patriarcale.

Ma come mai ci sono delle donne che rivendicano il fatto di portare il velo, anche in Francia?

In Francia o altrove, in parte lo fanno perché sono obbligate dalla pressione della famiglia, della comunità, in parte perché impregnate dell’ideologia islamista. Hanno interiorizzato la visione patriarcale, cosa del resto che esiste anche nelle società occidentali. L’obiettivo politico è chiaro: in Francia esiste una popolazione detta musulmana che vive qui dall’inizio del XX secolo, in aumento dagli anni ’40, ma non c’è mai stato il problema del velo, che inizia negli anni `80. Cioè dopo la rivoluzione islamica. E dagli anni `80-’90 l’offesnsiva non si limita al velo: i corsi di biologia, lo sport, la piscina vengono disertati. Il movimento cresce in banlieue, sfortunatamente su un fondo di ineguaglianza, di razzismo. Su questa situazione si àncora la propaganda degli islamisti.

In che situazione è la maggior parte delle ragazze di origine musulmana, che rifiuta il velo? La legge le aiuta?

Solo una minoranza è velata, per questo bisogna fare attenzione. Se viene accettata l’idea che il velo è una questione che riguarda la donna musulmana, allora si emargina la maggioranza, accusata di rigettare la propria cultura. I gruppi islamisti fin dagli anni `80 hanno cominciato ad imporre i loro criteri al governo. Nella commissione Stasi, che ha preceduto la legge sulla laicità, all’inizio la maggioranza dei componenti era contro una nuova legge. Poi, dopo decine di incontri con persone che lavorano sul campo, sono stati obbligati a constatare che la situazione era degradata. La legge, secondo me, cerca di proteggere le ragazze non velate per evitare che la situazione peggiori. La scuola è in certi quartieri il solo luogo misto, di apertura verso un altro tipo di educazione.

Questa posizione le viene dalla sua esperienza in Iran?

Ero una studentessa di sinistra. Allora abbiamo fatto lo stesso errore che molti fanno qui: il velo è stato considerato una questione secondaria, la questione essenziale era l’antimperialismo. Un errore che ci è costato molto caro.

Perché secondo lei alcune femministe difendono il velo come scelta?

Fanno lo stesso errore che abbiamo fatto in Iran: su pretesto della lotta alle discriminazioni, accettano la discriminazione sessista. Le feministe e i progressisti sono colpevolizzati a causa della storia coloniale. Affermano che è una questione culturale. Ma non è possibile ridurre la cultura alla religione. Ci sono donne e uomini che vengono dal mondo detto musulmano che non accettano il velo. Perché l’occidente lo accetta? A fianco di chi lo accetta? C’è un problema di fondo: che modello di società esiste dietro il velo? E che modello di società difendiamo? A fianco di chi? A fianco di una maggioranza non velata o di una minoranza velata, qualunque siano le ragioni? Le donne che fanno la scelta del velo la devono assumere, facciano ciò che vogliono, ma non è compito della società assumere questa scelta, contro la maggioranza che lo rifiuta. Bisogna lottare contro le discriminazioni, ma perché farlo sulle spalle delle donne? La lotta contro il razzismo è una cosa, la denuncia contro la discriminazione delle donne è un’altra: una non deve prendere il posto dell’altra.

Fonte: Il Manifesto/Ecologia Sociale



3 septiembre 2004



 



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